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Vans Anaheim Factory with Elisa Vee Sentenza

Abbiamo fatto due chiacchiere con Elisa Vee Sentenza, tatuatrice all’Old Ways Tattoo e al Bitter Ink.
Ci ha raccontato come è cambiato il suo lavoro durante la pandemia, come sono percepite le donne nel mondo tattoo e tanto altro.

Ciao Vicky, come procede? Sei a casa in questo periodo?
In questo periodo sono a Le Mans perché sto tatuando in uno studio di amici, per il resto tutto regolare.

Beh almeno sei riuscita a viaggiare, not bad. Qual è la situazione del mondo tattoo? Riesci a lavorare?
Dopo il primo lockdown ho lavorato abbastanza, ma tutte queste chiusure non aiutano. Così ho deciso di muovermi: tatuo qualche persona in più, creo contatti utili e vedo come lavorano gli altri.
Diciamo che la pandemia è stata una bella botta, però cerco di tenermi occupata.

Per questo hai iniziato la cosa dei tappeti?
In realtà era già cominciata a febbraio 2020, prima dei vari lockdown. Però in questo periodo è stata una bella valvola di sfogo, quello sì.

Oltre ai tappeti, fai anche ceramiche. Come mai la scelta di costruire oggetti dal nulla?
Allora… in sostanza, tatuare significa mettersi al servizio degli altri. Hai margine di manovra, ogni tatuatore ha il suo stile, ma ci sono cose che puoi fare e altre vietate, sia per motivi tecnici che etici.
Questa specie di costrizione mentale iniziava a starmi stretta. Così ho cercato altri modi per esprimermi, qualcosa che sapesse soddisfare il mio bisogno di “fare”, di dare forma alla materia e farla diventare come vuoi tu. In realtà è stato tutto abbastanza casuale: ho provato con i tappeti e mi è piaciuto un sacco, poi mi hanno regalato un corso di ceramica e da lì sono partita con vasi e oggetti vari.

Ti consideri un’artista?
Ecco, assolutamente no.
Sfatiamo questo mito: per me il tatuaggio è artigianato. Hai delle regole da rispettare, sei vincolato alle richieste del cliente, ed è giusto che sia così. Un artista invece deve poter fare quello che gli pare, senza limiti. Sono proprio due approcci diversi.

Quindi sfoghi la tua creatività nei tappeti.
In un certo senso, ma l’account Instagram dedicato a questi lavori si chiama @sorryiamnotanartist. Non penso di essere un artista: faccio le mie cose e credo abbiano la loro dignità, ma senza passare per wannabe.

Facciamo un passo indietro. Cosa ti ha spinto a fare la tatuatrice?
Sono sempre stata attratta dalla modifica del corpo in ogni sua forma – tatuaggi, piercing, body suspension. Così nel 2005 ho iniziato a fare la gavetta nello studio del mio paese. Anni passati a prendere stecche, ascoltare e imparare che mi sono serviti per diventare una professionista.

Una donna in un mondo dominato da uomini.
Esatto, ma non una novità per me visto che ho iniziato a fare graffiti nello stesso periodo. Adesso le cose sono un po’ diverse, per fortuna

Qualche consiglio per una ragazza che vuole iniziare?
Purtroppo noi donne dobbiamo faticare dieci volte tanto per essere considerate all’altezza degli uomini. Quindi bisogna essere impeccabili, sempre: mai lasciare uno spiraglio per le critiche, perché c’è pieno di avvoltoi che non aspettano altro.

Torniamo a te. Una curiosità da profano: qual è differenza principale tra fare tatuaggi e tappeti?
Beh cambia completamente il discorso delle tempistiche. Quando tatui, vedi il frutto del tuo lavoro nel giro di qualche ora, mezza giornata al massimo se non fai schiene o tatuaggi grandi. Avere un feedback quasi immediato aiuta chi soffre di ansia da prestazione, come me (ride, ndr).
Invece fare tappeti è una specie di esercizio d’attesa. Per fare l’ultimo, un tappeto 80×100, ci ho messo quasi due mesi. È stato uno shift bello grosso da gestire, però credo mi abbia fatto crescere parecchio; ora sono più paziente, ho imparato a godermi quello che faccio senza fretta.

Ci dici due parole sulla tecnica che usi?
Di base esistono due modi per fare tappeti da autodidatta. Io ho iniziato con il punch needle, una specie di “ago magico”: crei il disegno che preferisci facendo scorrere i fili sopra e sotto il tessuto. È gratificante ma richiede un sacco di tempo. Altrimenti puoi usare la tufting gun, una specie di pistola elettrica con cui fai la stessa cosa ma più velocemente. I materiali sono gli stessi: lana, feltro e iuta per la struttura portante.

 

Ti rende felice quello che fai?
A volte si, a volte no. Come tanti, sono affetta dalla sindrome del “never enough”: mi sembra di non fare mai abbastanza. La cosa ha i suoi lati positivi, visto che mi spinge a provare e sperimentare continuamente. Magari senza questa incertezza di fondo non mi sarei mai buttata sui tappeti e sulle ceramiche, who knows.
E poi proprio la possibilità di decidere cosa fare, di seguire me stessa, mi fa sentire libera come non mi sentivo da anni.

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