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Catching up with: Eric Ng

In occasione del suo primo libro, curato dalla fondatrice di Colette Sarah Andelman, abbiamo fatto due chiacchiere con l’architetto e visual artist australiano Eric Ng su alcuni temi come il valore dell’indipendenza, l’amore per il basket e il ruolo dell’arte nella società.

Buona lettura!

Che impatto ha avuto la pandemia sul tuo lavoro?
In realtà credo che qui in Australia ci sia andata abbastanza bene. Banalmente, abbiamo più spazio, ma anche un’età media molto giovane, che ci ha aiutato a gestire i cambiamenti sociali abbastanza velocemente.
A livello personale, a parte alcuni ritardi sui progetti da architetto, ho avuto più tempo per dipingere e dedicarmi a Sneaker Eulogy, una raccolta di miniature che poi è diventata una mostra. Mi sono dovuto adattare in corsa, ma avere tutto questo tempo per le mie cose è stata una sorta di benedizione.

Restiamo in tema. Quanto conta essere indipendente per un artista?
Questa è una tematica super attuale secondo me.
Le dinamiche della street culture stanno cambiando, così come il modo di comunicare il prodotto. Adesso il focus è sullo storytelling: la gente vuole sapere quale storia si nasconde dietro un oggetto, e i creativi vogliono raccontare invece di limitarsi a descrivere, come gli veniva chiesto in precedenza.
In questo contesto, avere la possibilità di gestirsi il lavoro in prima persona è un lusso.

Non fa una piega.
Sai, alla fine poi si parla sempre del prodotto e del design. Ma poter affrontare la cosa dal tuo punto di vista, senza imposizioni o influenze esterne, rende il risultato finale più fluido e genuino.

Nella presentazione della tua mostra alla Gaffa Gallery, dici che “le sneakers assumono valore solo quando sono intrise di storie personali”.
Esatto, è una cosa di cui sono convinto.

A questo punto devi raccontarci qual è la storia a cui sei più legato quando parli di sneakers.
Questa è tosta. Ho così tante scarpe, e mille storie per ogni paio…
Per andare in ordine, io sono cresciuto giocando a basket. Quindi, se devo scegliere una storia a cui tengo, vado a pescare da quella parte della mia infanzia: qualche modello che ho indossato in partita, i tornei estivi, cose così. Basket e sneakers per me sono un’equazione inscindibile, se togli il primo crolla il secondo.

Modello preferito di sempre?
Di sempre intendi… sempre sempre?

Okay, troppo dura. Allora facciamo così: riesci a fare una top-three?
Ecco, così un po’ meglio. Al primo posto metto le Nike Structure 91, le Triax, la colorway “blue/infrared” di cui è uscita una retro qualche settimana fa. Poi le Jordan XI, a mani basse. So che molti preferiscono le Jordan 1, ma quando ero piccolo non c’era proprio storia. E poi devo dire le Presto Acronym: un design così disruptive non mi lascia mai indifferente.

Hai un punto di riferimento, artistico o personale, a cui ti ispiri quotidianamente?
A livello professionale credo di avere dei gusti abbastanza tradizionali: Rothco e il suo modo di usare il colore, James Turrell per come sperimenta con la luce e lo spazio.
Ma il primo nome che mi è venuto in mente è Kobe. Non c’entra nulla con quello che faccio, ma la sua etica del lavoro, il suo coraggio nell’affrontare delusioni e sconfitte sempre a testa alta, e di tornare più forte di prima… sono queste le cose che mi porto dietro. L’ho visto entrare in NBA, da ragazzino, e diventare una leggenda, senza dimenticare quello che ha fatto dopo il ritiro: ha vinto un Academy Award, ha aiutato lo sviluppo del basket femminile.
Il migliore, dentro e fuori dal campo.

Cambiamo argomento: da dove arriva l’idea di fare illustrazioni così piccole?
Nasce tutto dalla mancanza di tempo. Quando ho iniziato, avevo giusto un paio di ore a settimana da dedicare alle illustrazioni, ma odiavo il pensiero di lasciare una cosa incompiuta. Così mi sono chiesto “cos’è che posso iniziare e finire in una volta sola?” ed eccoci qui.
Detto questo, con il passare del tempo ho fatto diventare le mie sessioni di disegno una specie di meditazione personale, un momento di relax in cui esistono solo i colori e il foglio. E le scarpe, chiaro.

La pandemia ha provocato un aumento sostanziale dei crimini d’odio contro persone di origini asiatiche, soprattutto negli Stati Uniti. Com’è la situazione in Australia?
Quando pensi all’Australia, pensi a un paese aperto e multiculturale. Detto questo, non voglio negare in nessun modo che ci siano dei problemi anche qui; non sono così idiota da pensare che non ci siano casi di razzismo perché siamo “multiculturali”.
Il razzismo esiste, ovunque. Anche se in Australia sappiamo gestire le differenze sociali e culturale in modo relativamente pacifico, è spaventoso pensare che questi episodi di odio si stanno verificando nel 2021, in un anno già molto difficile per tutti, soprattutto le persone più vulnerabili.

Pensi che l’arte possa aiutare a superare questi episodi di violenza e intolleranza?
Già adesso molti graphic artist stanno usando il loro talento per aumentare il grado di consapevolezza delle persone. Ecco, è questa la forza della visual art per me: sottolinea in modo chiaro e inequivocabile le differenza sociali, e spesso riesce a essere più incisiva delle parole.
Ogni artista dovrebbe usare questo potere per mettere le ingiustizie sotto gli occhi di tutti. Solo diventando più consapevoli del problema possiamo pensare di risolverlo.

 

Abbiamo scelto questa storia perché crediamo nell’arte come forza motrice del cambiamento.
Se ti piace il nostro modo di raccontare le cose, visita la nostra Styleguide.

Pubblicato il: 06/05/2021

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