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Mountains, city and fixed: meet Andrea Schilirò

Per qualcuno la montagna è una meta qualsiasi, un posto dove andare a pranzo la domenica. Quelli come Andrea invece se la portano dentro, e finisce per condizionare le scelte che fanno nella vita.

Nato a Roma, cittadino milanese dal 2001, ha trovato la sua dimensione nella bicicletta e sulle montagne. Siamo andati a trovarlo nella sua baita in Val Taleggio, mentre spacca la legna con le nuove Karhu Fusion 2.0.
Ci ha raccontato la sua vita nella natura, come riesce a combinare lavoro e tempo libero e cosa pensa del rapporto tra outdoor e urban.

Ciao Andrea, come stai?
Bene regà, tempo perfetto per andare in bici.

Abiti a Isola, simbolo della gentrification chic di Milano, ma con una baita in montagna, sopra Lecco. Come vanno d’accordo queste due cose?
Rappresentano chi sono: nato e cresciuto in città, ma sempre vissuto in mezzo alla natura. Milano offre tutti i vantaggi di una capitale, ma è piccola in confronto a Roma, quindi giro sempre in bici. E poi è una base d’appoggio incredibile: mezz’ora e sei al lago, meno di due ore in montagna. Spesso quando esco in bici, parto dalla ciclabile del Naviglio Grande e decido se spararmi 60 o 100 km senza beccare una macchina: un lusso per una città.

Nella tua bio di Instagram (@xskillyx) scrivi “Athlete – photographer”. Se dovessi sceglierne uno solo, come ti definiresti?
Fotografo, senza manco pensarci. Mi piace mettermi alla prova e stare nella natura, ma nel tempo libero. Con le foto invece ci campo. Certo, lavorando freelance posso autogestirmi, quindi spesso mi ricavo un po’ di tempo per uscire in bici o andare in montagna.
In passato correvo in strada, ciclocross o triathlon, sempre a livello amatoriale, quindi magari qualche anno fa la mia risposta sarebbe stata più sfumata. Oggi ho 45 anni e un bimbo di 3 anni, Achille Orso, che Attila a confronto me spiccia casa, che atleta vuoi che sia… (ride, ndr).

Quindi sei un fotografo. Di cosa ti occupi?
Quando mi sono trasferito a Milano facevo l’assistente fotografo e mi occupavo di moda. Questa cosa di montare il set fisicamente mi è rimasta, ma con gli anni mi sono spostato verso lo sport. Come fotografo ho collaborato con diversi brand sportswear che si occupano di running, training e ciclismo, ma anche con riviste di snowboard, skate e altre realtà simili. Oggi mi capita di alternare progetti più “moda” con altri legati all’outdoor living, e va bene così perché cambiare soggetti mi diverte molto, mi fa sentire vivo e mi obbliga a restare aggiornato.

Montagna e bicicletta sono roba tua, da sempre. Come stai prendendo tutta questa nuova attenzione verso due cose che fanno parte di te da quando sei ragazzino?
Mi fomenta un sacco sapere che tanta gente ha scoperto la bici grazie a noi, che abbiamo fatto da link tra il ciclismo “classico”, diciamo, e quello più hardcore con tutte le sue derive: scatto fisso, alleycats, bike polo. Stessa cosa con la montagna. A me piace andare in baita e sui sentieri, e quando riesco a passare questa cosa a un amico, o a un amico di un amico, e vedo che lui si appassiona… beh è una bomba, anche perché così la prossima volta andiamo su in due!

Giri a Milano dal 2001, sempre in bici. Come l’hai vista cambiare in questi anni? Ti sembra più a misura d’uomo?
A livello di infrastrutture sicuramente, ci sono più ciclabili e tanti spazi verdi. Però siamo in Italia, quindi il problema di fondo è uno: la mentalità. Siamo un popolo prepotente, che se ne fotte del senso civile e della comunità. Ovunque trovi macchine in seconda fila, gente che guida con la faccia incollata al cellulare. Poi ti vengono addosso, urlano e pretendono di avere ragione.

Anche per colpa della pandemia, nell’ultimo anno le città si sono svuotate. Molti sono tornati a vivere nella natura, dove hanno più libertà e non rischiano di restare intrappolati tra quattro mura.
Anche noi cerchiamo di scappare in montagna appena possiamo.
Stiamo sistemando una baita tra Val Taleggio e Piano d’Artavaggio; è una bella valvola di sfogo, per noi e per Achille. Nessun collegamento, il telefono non prende, c’è solo acqua piovana e abbiamo due piccoli pannelli fotovoltaici per l’elettricità. Gira tutto intorno alla stufa a legna, che prendiamo nel bosco, ed è una delle attività preferite di Achille. Ha solo 3 anni ma sa già che deve portare prima i legnetti piccoli e poi quelli grandi per accendere il fuoco. Ecco, questi 2/3 giorni a settimana mi ricaricano sempre, sia quando ci sono 20° che con -5°.

Ecco, attorno a questo fenomeno si è creato un bel dibattito. Da una parte quelli che sostengono l’importanza sociale delle città, dall’altra chi ha riscoperto l’outdoor living. Credi sia possibile una via di mezzo, uno stile di vita che mette assieme i lati positivi di entrambi?
Per me dipende da quale fase della vita stai attraversando.
A 20 anni tutti vogliono fare casino, stare in mezzo alla gente, conosce persone. Poi crescono, conoscono la ragazza giusta, arriva un figlio e capiscono l’importanza di avere uno spazio personale, di ragionare senza fretta, seguendo il loro ritmo interno. Con questo non voglio dire sia per forza un discorso di età: magari a 20 anni ti piace la baita isolata, e vuoi fare festa a 50 anni suonati. Però il posto dove ti senti a casa cambia con il passare degli anni; dipende da quello che provi in quel momento, dalle tue necessità e dai progetti che hai per il futuro.

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