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Spectrum R.A.D. with Zoow24

Le creazioni di Zoow24 (@zoow24) hanno un legame fortissimo con la realtà, un’eredità del suo passato da writer. È affascinato dai toys, dai giocattoli e dal collezionismo compulsivo in generale, un tema che ritorna spesso nei suoi progetti.

Intervistato per noi da Giovanni Spera, Zoow24 è riuscito a tracciare un ritratto molto lucido della scena urban attuale, partendo dalla Milano del Duemila fino alla sua connection mentale con Virgil Abloh, alle incursioni nella moda e al rapporto con i social e la new tech.

Ciao Zoow24, Milano è da sempre una città all’avanguardia in fatto di arte, design e moda. Cosa ti porti dietro della Milano dei primi 2000 e cosa ti piacerebbe riportare da quel periodo?

Quindici anni fa ti avrei risposto che arte e writing sono due cose totalmente scollegate, che il writing è solo odio nato dalle mancanze. Sulla moda… beh avrei preferito spendere i miei soldi in spray considerando che i miei vestiti erano sempre sporchi di vernice, anche se poi ho sempre collezionato pezzi fighi. Sul design invece sarei andato dritto: ARTVANDALISM NEWYORK PARIS WAS MY BIBLE AND INSPIRATION.

Ora ho una visione diversa, vivo queste tre parole fuse in un concetto “evoluzione”. In questo periodo storico vedo i graffiti come la forma d’arte più spontanea del secolo. Per graffiti intendo scritte di ogni tipo e forma, dal “Ti amo” sui muri a una tag con lo sbianchetto sulla fermata dell’autobus.
Ho capito che nel writing le opere si compongono da sole, un materiale piatto o sporgente influisce sullo stile. Anche con una palette di colori perfetta, una superficie sbagliata può tramutare un ottimo progetto in uno appena decente. Quindi prima guardo un luogo, lo analizzo e cerco di capire come posso trasformarlo nel modo più spontaneo possibile. Penso che questo mio approccio attuale si affianchi involontariamente al design stesso, e di conseguenza anche alla moda, che non è nient’altro che comprensione della società, di cui i graffiti sono parte integrante, ora più che mai.

 

Restiamo sul writing. Cosa ricordi della Milano di quegli anni e cosa vorresti portare nel presente?

Sicuramente i pezzi di NEURO in tutta la zona di Garibaldi, pazzeschi! Milano come NYC, li fotografavo e cercavo di imitarli senza successo. Ma anche i wild styles visionari di RAE, vera colonna portante del writing old school Milanese. I taggoni a fat di DUMBO e LA MANO NAMI di Barcellona, che all’epoca era super in voga nella nuova generazione.

Magari mi dimentico qualcuno, ma queste sono le persone che hanno avuto una grande importanza nel mio percorso, le stesse che hanno fatto la storia della città di Milano. Se mi guardo indietro, vedo che la middle school ha in un certo senso ammazzato la “scena dello stile”, passando dalle tecniche newyorkesi a quelle nord europee, e cambiando il benchmark da “style” ad “azioni hardcore”. I nuovi writers preferiscono vantarsi di un un’azione difficile piuttosto che di uno stile difficile. Ma la verità è che potrebbero combinare le due cose, visto che una non esclude l’altra, è solo questione di skills.
Cosa vorrei prendere dai 2000? Non penso molto al passato, mi concentro sul presente, come un blocco di plastilina modellabile. Creare, distruggere e ricreare, la ciclicità della vita nell’effimera bellezza di un battito di ciglia.

 

Dopo tanti anni di attività e ricerca come definiresti il tuo stile?

Direi NEWOLDSCHOOL, così mi ha descritto una delle persone che ho nominato prima. Graffiti 3.0, un’istruzione conservatrice riflessa in un un’avanguardia di tecnica moderna e in continua evoluzione.


Scrollando il tuo feed Instagram e passando per il tuo studio si vedono un sacco di soft vinyl toys custom. Come li hai scoperti e quando hai iniziato con i primi custom?

Quello dei Sofubi, cioè i vinyl toys appunto, è un mercato underground collegato ai graffiti e alla street art giapponese. La prima persona che mi ha parlato di questi toys è stato Nicolò Rombolotti; eravamo entrambi appassionati di blisters di giocattoli anni ‘80, ma è stato pazzesco scoprire i Sofubi. Credo siano la prova più evidente del fatto che un giocattolo può essere anche un pezzo d’arte.

Da piccolo impazzivo per le Tartarughe Ninja, avevo alcuni pezzi della Playmates e li guardavo ipnotizzato. Crescendo ho continuato a guardare le nuove edizioni, ma notavo che avevano cominciato a snaturarsi. L’uso dei pc nel disegno ha distrutto la tecnica manuale, spostando l’attenzione dalla forma al colore. Nonostante le tecniche avanzate dei software di disegno digitale, un computer non può sostituirsi a una matita o un pennello, e il risultato è sempre più innaturale. È un po come passare dal wildstyle al punkaccio!
I veri artisti di Sofubi scolpiscono a mano i loro personaggi, ne fanno creare una Molden (una struttura metallica per la colata di gomma vinilica) e decidono il quantitativo di pezzi che verranno venduti.

 

A proposito di vinyl toys, ci racconti qualcosa in più su NAGNAGNAG e di come è cominciata la vostra collaborazione?

NAGNAGNAG è un artista giapponese dalle personalità multiple, una figura avvolta nel mistero su cui girano molte leggende, nettamente il Sofubi-maker più importante.
Quando sono stato in Giappone c’erano pochissime tags, la scena graffiti era una scena di adesivi e stencil; in questo contesto NAGNAGNAG era quello più mimetizzato tra gli arredi urbani, ma anche uno dei più presenti. Aveva creato questi adesivi metallici che attaccava con una specie di cemento, una novità assoluta. Si chiamano NAGBALLS (ripresi dalle madballs degli anni ‘80) e spesso avevano lo stesso colore della superficie su cui erano attaccati, così potevano essere facilmente riconosciuti dagli intenditori, e passare invece inosservati allo sguardo di una persona normale. La perfetta formula anti-buffing.

 

Due huge topic qui, la tecnica e i dettagli.

La ricerca maniacale del dettaglio è la punta di diamante della tecnica di NAGNAGNAG. La sua arte è unica: realizza toys solo per persone esperte che hanno gli strumenti per capire la bellezza e la ricerca della scultura. Sono quasi sempre colorati ad aerografo in un modo maniacale, e sono stati i primi Sofubi con occhi mobili e capelli, un nuovo trend subito imitato da altri artisti.

Quella tra me e NAGNAGNAG non è una vera e propria collaborazione, ma una possibilità che si è creata per caso, un grandissimo rispetto reciproco che è diventata qualcosa di più grazie all’occhio visionario di Federico, uno dei maggiori collezionisti italiani.
Amo i toys e sono un grande collezionista, quindi lui è parte del mio mondo e lo supporto di cuore. Non disegnerei mai per qualcuno che non rispetto.

 

Oltre ai vinyl toys quali elementi della cultura pop hanno ispirato il tuo lavoro?

Sicuramente i giocattoli anni ‘80 e ‘90 tipo Mattel, Playmates e Kenner, che poi sono una parte fondamentale della cultura pop di quegli anni.
C’è una bella serie documentario su Netflix, “The Toys That Made Us”, guardatelo!

Il collezionismo e la ricerca visiva maniacale sono al centro della tua pratica artistica. Hanno qualche connessione con i tuoi primi approcci alla customizzazione dei pezzi di abbigliamento?

Assolutamente sì, sono tutti elementi che hanno una connessione con il mio modo di dipingere; customizzare i pezzi d’abbigliamento è stata solo una conseguenza.
Ho dipinto il mio primo trench Burberry 6 anni fa, ero stato fotografato da Highsnobiety e postato su Instagram. Me lo ricordo bene perché era stato un grande colpo, eravamo i primi a farlo. L’idea era stata della mia ex ragazza M.R. che è stata fondamentale nel mio percorso di crescita nella moda. Ai tempi c’era stata una richiesta pazzesca e ne avevamo venduti tantissimi, poi hanno iniziato a farli tutti, ma senza stile.
Allora mi sono reso conto che nel settore moda manca la cultura sui graffiti. Molti dei writers/street artist che ne fanno parte sono personaggi creati a tavolino, che hanno alimentato una speculazione commerciale senza gusto.

 

Dai treni a Bad Deal, passando per i custom. Quanto sono stati difficili questi passaggi e come valuti la tua esperienza legata alle incursioni sempre più frequenti nel mondo della moda?

Il mio percorso è stato molto faticoso e totalmente in salita. Di base ero da solo, nessuno mi aveva spiegato nulla e nessuno mi aiutava concretamente, solo tante belle parole che finivano nel nulla. Sono caduto tante volte ma mi sono sempre rialzato.
Poi c’è stato Bad Deal, nato totalmente per caso. È un brand mio e di M.R e nessun altro. Lei era già super appassionata di moda e io ero forte a disegnare, così è nata questa sinergia in cui lei rappresentava “gusto e ricerca” e io la componente “street”. Ci siamo sempre completati a vicenda colmando l’uno le mancanze dell’altro. Credo che in pochi si siano resi conto di quanto fosse importante il suo ruolo, abbiamo sempre avuto la stessa importanza. Sono sempre finito in primo piano io, perché ho un certo “nome” e un lungo percorso nel writing, ma anche lei è una vera e propria macchina da guerra.

 

Anche se “nato totalmente per caso”, cosa vi eravate prefissati come obiettivo?

La nostra idea con Bad Deal era portare nel mondo della moda writers real, con un background serio su metallo. Quello che sta facendo con gli strumenti giusti Virgil Abloh, e per questo lo rispetto davvero.
È una persona meritocratica e generosa: non gli importa quanti followers hai o chi sei, ha bisogno di sentirsi allineato a te mentalmente ed è molto attento al risultato. Una delle prime volte che ci ho parlato mi ha detto una frase che non dimenticherò mai: “I’m doing that just to fuck up the fashion industry”. And sure he did it, facts!
Il mio progetto per Off-White poggia su queste basi e nasce grazie a GRAFFITI MILANO. Hanno preso una ventina di writers milanesi (old schoolmiddle school e new school) e Virgil ne ha selezionati alcuni, e io ero tra quelli.

Analizzando questo rapporto tra writing, arte e moda si può dire che Virgil abbia un po’ cambiato le regole del gioco.

Ha rivoluzionato la moda cambiando le regole scritte, con lui è arrivata una nuova era che va al di là della moda stessa. E siamo solo all’inizio.
Off-White mi piaceva già prima che iniziassi a lavorare per loro. Avevo una maglia Pyrex Vision, quella OG su base Champion con la “Deposizione” di Caravaggio, prima ancora che diventasse hype a Milano. Poi è arrivata quella wave con le stampe grosse e la passione per le Air Jordan 1 Chicago. Non ho mai visto così tante persone impazzire per averne un paio, ha vinto con netto distacco su tutti.

 

È possibile che figure come la tua riescano a sradicare dalla mente dei puristi l’idea che i graffiti nascono per la strada e lì debbano restare?

Non puoi pensare che tutti accetteranno il tuo pensiero, giusto o sbagliato che sia. Quello che puoi fare, è mettere le persone davanti a fatti così indiscutibili che saranno obbligate a ripensare alle loro idee. Per quanto riguarda gli haters, beh…haters must hate.


Qual è il tuo rapporto con i social? Possono essere un mezzo per dare una forza trasversale al proprio lavoro o piuttosto un’arma a doppio taglio?

Sono sicuramente un’arma a doppio taglio, quindi bisogna saperla usare perché possono aiutare un percorso artistico o magari distruggerlo.
Non amo i social, non rispondo a nessuno e non ho nemmeno Facebook o Whatsapp. Per esempio, il mio Instagram è aperto ma con restrizioni. Posto il 10% di quello che faccio e solo a fatto compiuto. Instagram ormai è un motore di ricerca per le copie delle copie delle idee.

 

Secondo te esiste la possibilità che gli NFT possano rivoluzionare il mercato dell’arte?

Quando parlo con le persone di NFT, la prima cosa che salta fuori è che sono una bolla, poche persone hanno capito il vero ruolo degli NFT e hanno paura di correre un rischio. Ma le bolle nascono, esplodono e si ricreano più grosse di prima. I soldi facili non esistono e dietro ogni risultato c’è studio, preparazione, fatica e devozione. Un buon piano marketing costruito nel lungo termine a parere mio è la chiave per stabilizzare al meglio il proprio lavoro.
Tornando agli NFT, credo regaleranno ancora tante soddisfazioni. Per me sono un argomento di grande interesse e non vi nego che ho in ballo un bel progetto a riguardo.

 

Mi collego al discorso futuro e ti chiedo cosa dobbiamo aspettarci dallo Zoow24 del futuro? Spoileraci qualcosa che nessuno ha avuto il coraggio di chiederti.

L’ultima domanda è come la scena finale di un film: se rispondi male, anche se tutto il resto è perfetto, rischi di buttare via tutta la potenza in un secondo.
Lo ammetto, vi potrei dare uno spoiler pazzesco, ma poi non sarebbe più una sorpresa. Preferisco dirvi di tenere d’occhio il mio Instagram, a breve succederà qualcosa di veramente pazzo.

#zoow24

Cos’è Spectrum R.A.D.

Letteralmente Resident Artist Decoder, cioè un progetto con cui vogliamo dare voce alla creatività in ogni sua forma, e alimentare il discorso pubblico su alcuni temi urgenti. Lo facciamo coinvolgendo persone che promuovono i nostri stessi valori: inclusività, multiculturalità, rispetto dell’altro.

Più nel dettaglio, ogni due mesi Spectrum dialoga su questi temi con un creativo internazionale, che realizza un artwork custom e una shopper dedicata, distribuita esclusivamente in store.

Pubblicato il: 27/09/2021

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