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The 7th – The untold story of Transantarctica

È difficile che le immagini dei fotografi documentaristi raccontino qualcosa del loro carattere o del loro background. Tendono piuttosto a sparire dietro quello che fotografano, a lasciare il centro della scena al soggetto delle loro immagini, che sia una montagna o un evento storico. Quando abbiamo incontrato Per Breiehagen ci siamo accorti subito che con lui era diverso.
Norvegese di Ål, lo abbiamo incontrato per parlare della spedizione Trans-Antarctica del 1989-90, di cui è stato fotografo ufficiale.

Nato e cresciuto in un paesino della Norvegia meridionale, Per Breiehagen ha iniziato presto con la macchina fotografica. Crescendo tra le montagne, è sempre stato uno sciatore e uno scalatore esperto; quando c’era da fare un nome per il fotografo della spedizione Trans-Antarctica del 1989-90, il suo è stato uno dei primi a uscire.

È stata la prima – e ultima – traversata dell’Antartide su slitte trascinate da cani, e la più lunga spedizione mai affrontata nel continente. Sette mesi in uno dei territori più difficili e massacranti della terra, e un impegno di tre anni per gli esploratori che hanno scelto di farne parte. L’obiettivo? Dimostrare l’incredibile fragilità dell’Antartide, e spingere i leader mondiali a ratificare il Trattato Antartico del 1961. Cosa che hanno fatto nel 1991, preservando l’Antartide da trivellazioni petrolifere e, di fatto, rendendola una specie di riserva scientifica e naturale.

Un’avventura unica che ci siamo fatti raccontare dallo stesso Per Breiehagen. Visto il suo immenso archivio fotografico, abbiamo deciso assieme di stampare una fanzine fotografica celebrativa, con tante immagini inedite e commenti di Per. Che è stato a tutti gli effetti il settimo membro di una spedizione for the ages, che ha avuto un impatto così worldwide soprattutto grazie alle sue foto.

Partiamo dai tuoi giorni in Antartide. Cosa hai imparato da quell’esperienza e come ha influenzato il tuo lavoro come fotografo?
È stata un’incredibile lezione di vita sotto così tanti punti di vista che faccio fatica a riassumerli. Ho imparato tecniche di sopravvivenza e resistenza mentale, e sono cresciuto tanto anche sul lavoro di squadra; ho capito che molti obbiettivi si possono raggiungere solo collaborando.
Quando sono in un periodo difficile, spesso mi capita di pensare all’Antartide e di ripetermi che se ce l’ho fatta allora, niente può buttarmi giù. Difficile trovare qualcosa di più terribile da affrontare di giorni e giorni a -40°, bloccati nella tenda da una tempesta. Un bel promemoria per godersi ogni giorno al massimo.

Qual è stato il momento più difficile per il Per Breiehagen fotografo? E il più emozionante?
La notte in cui Keizo si è perso nella tempesta è stata drammatica. Non sapevamo se l’avremmo trovato vivo o meno e, mentre le ore passavano, la nostra speranza di vederlo sbucare dalle raffiche di vento diminuiva. Ma ho dovuto documentare tutto, come sempre – almeno finché il ghiaccio non ha coperto la macchina con cui stavo scattando.
Il giorno dopo, recuperato Keizo e con il team al completo, stavamo proseguendo in slitta verso l’end point della spedizione quando l’oceano si è aperto davanti a noi con tutti i suoi iceberg. È stato il momento in cui abbiamo capito che ce l’avevamo fatta, tutti assieme!
Il team si è fermato per godersi questa vista incredibile, ci siamo scambiati qualche abbraccio e qualche lacrima, ognuno avvolto nei propri pensieri. Un momento così importante andava documentato, così sono saltato sugli sci e ho cercato l’angolo giusto per la foto prima che il gruppo ripartisse. È stato un po’ complicato perché ero circondato dai crepacci e non ero legato, ma alla fine sono qui per raccontarvelo, quindi direi che è andata bene.

Sei stato a tutti gli effetti un membro della spedizione, e il fotografo incaricato di documentarne i progressi, due ruoli quasi opposti. Come sei riuscito a gestire questa ambivalenza?
Una spedizione nel luogo più remoto e ostile della terra richiede che i partecipanti siano persone addestrate e con le idee chiare. Questo vuol dire che la sicurezza viene prima delle foto, dei progressi scientifici e di qualsiasi altra cosa; le foto che sono riuscito a fare sono state un bonus, e mai la priorità.
Il mio ruolo era un privilegio incredibile, e sapevo che sarei dovuto essere invisibile per catturare al meglio lo spirito della spedizione. Certo, a volte è stato frustrante perdere uno scatto perché avevo le dita congelate o perché l’obiettivo della macchina si era bloccato. Ma non c’erano seconde chance, la spedizione doveva andare avanti no matter what, quindi ho imparato in fretta a prendere per buona la prima.

Quali sono le difficoltà tecniche di lavorare in Antartide? Hai usato macchine fotografiche particolari o modelli normali?
Ho usato due Nikon manuali a pellicola senza batteria. I tecnici del National Geographic hanno rimosso il grasso dai vari meccanismi perché sarebbe congelato durante la spedizione; grasso e olio si solidificano a temperature così basse, stressando e rovinando le parti più delicate delle macchine.
E poi passavo continuamente da una macchina all’altra, perché non avrei saputo di eventuali problemi se non dopo aver sviluppato le foto, e volevo evitare di trovarmi con metà delle foto da buttare. Avevo anche costruito dei bottoni di legno sopra il pulsante dello scatto, per fotografare senza togliere i guanti. Ho passato mesi a fare i conti con un obbiettivo che non si apriva, e la condensa non aiutava, ma alla fine sono tornato a casa con un sacco di materiale utilizzabile, questo è quello che conta.

Toglici una curiosità, come avete fatto a fidarvi uno dell’altro in condizioni così estreme? Eravate pur sempre sette persone di sette nazioni diverse, si potrebbe pensare che quella di sentirsi un gruppo unico e coeso sia stata la sfida più grande per voi.
Quando siamo partiti per l’Antartide sapevamo che una delle sfide più grandi sarebbe stata quella di resistere alle tante situazioni stressanti in cui ci saremmo trovati. Allo stesso tempo, sapevamo che saremmo riusciti a superarle solo collaborando e lavorando assieme. Quando hai come compagni di viaggio la fatica e il pericolo, ti servono alleati per sopravvivere.
Abbiamo costruito una solida fiducia reciproca in mesi e mesi di allenamento in Groenlandia, passando assieme attraverso difficoltà e problemi. Il nostro è stato uno dei primi gruppi internazionali di ricerca, e credo abbia dimostrato che la collaborazione è l’unica via d’uscita quando c’è in gioco la sopravvivenza dell’umanità.

Anche se è passata agli annali come una spedizione formata da sei persone, possiamo dire che sei stato a tutti gli effetti il settimo membro della spedizione. Com’era la tua giornata tipo in Antartide?
Quando mi sono unito al team, mi hanno subito informato che avrei dovuto contribuire alla spedizione e fare le stesse cose degli altri membri, come dare da mangiare ai cani o piantare le tende. Insomma, dovevo prendermi cura di me stesso e della squadra, e ho imparato a farlo durante l’allenamento in Groenlandia.
Keizo è stato il mio compagno di tenda sia durante il training che in Antartide, e mi ha facilitato enormemente la vita. Mi faceva sempre trovare un piatto caldo quando rientravo nella tenda la sera, spesso dopo tutti gli altri, perché ero fuori a fotografare l’aurora e le stelle. Sembra una cosa piccola, ma fa la differenza in situazioni così estreme. Per il resto passavo un sacco di tempo per conto mio, sciando per anticipare il gruppo e fare delle belle foto; quando i miei compagni mi passavano di fianco sembravano dei fantasmi che galleggiavano in un mare di bianco.
Molto faticoso, a livello fisico e anche mentale, ma per fortuna il mio background mi ha aiutato a trovare un ritmo e sono riuscito a tenere duro.

La spedizione è stata organizzata per sensibilizzare i leader mondiali sul cambiamento climatico. Ed eravamo solo negli anni Novanta. Ora che la situazione è drammaticamente peggiorata, di cosa pensi ci sia bisogno per attirare l’attenzione su un tema così urgente?
Abbiamo bisogno che tutti si rendano conto del problema, non solo alcuni stati o associazioni. Non abbiamo un pianeta B, ci troviamo in questa situazione tutti assieme. Non è un discorso di sinistra contro destra, o di liberali contro conservatori; è una crisi esistenziale ed è un problema globale, che riguarda tutti.
C’è anche da dire che siamo in un’epoca in cui anche le verità più evidenti vengono messe in discussione – scienza e medicina ormai sono argomenti di dibattito. I politici e i media hanno la responsabilità di fare le scelte giuste, vero, ma anche di sgomberare il terreno da falsità e disinformazione. Se la nostra società si nutre di teorie del complotto e fake news, arriverà a un punto in cui non sarà più in grado di prendere decisioni sensate, cosa che finirà per creare governi disfunzionali e senza direzione – e lo stiamo già vedendo in alcune aree.
I leader di oggi devono fare il possibile per rendere i media responsabili di quello che diffondono. La strada della responsabilità – civica, sociale, morale – al posto del profitto è quella giusta, ma bisogna vedere in quanti avranno il coraggio di imboccarla. Da questa sfida dipenderà il futuro del nostro pianeta.

Stampata per il rilancio della collezione originale The North Face Transantarctica, la stessa usata dagli esploratori durante la spedizione, la fanzine The 7th è distribuita gratuitamente con ogni primo acquisto Transantarctica, fino a esaurimento scorte. Contiene immagini inedite e commenti esclusivi di Per Breiehagen.

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