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Spectrum R.A.D. with Remio

Nato in Norvegia e cresciuto nella scena skate del nuovo mondo, Remio ha sviluppato il suo inconfondibile throw up attraverso anni di pratica quasi ossessiva. Il suo è un approccio multidisciplinare: dipinge per strada, espone in gallerie quotate, disegna linee di abbigliamento, cura e produce fanzine.

Intervistato per noi da Pietro Rivasi, ha toccato quei temi che rendono il suo stile così fluido e originale: gli inizi con lo skate, l’ossessione per il bombing, le prime fanzine, l’approccio do-it-yourself.

Ciao Remio, partirei da Sleepner: perché è importante questo progetto e come ti è venuta l’idea di una zine?
Ho iniziato a fare fanzine al liceo: la prima si chiamava Painkiller, poi ho cambiato nome in Sleepner. Diciamo che era un modo per sfogare la mia creatività, condividere idee e fare qualcosa con gli amici, a cui chiedevo testi o artwork su un determinato argomento. Un primo tentativo un po’ rozzo di fare networking.
Sleepner è un gioco di parole: foneticamente ricorda Sleipnir, un cavallo magico della mitologia norrena, un essere volante con otto zampe in cui Loki si trasforma per ingannare Odino. Una storia interessante, molto nordica, vale la pena dargli una letta più approfondita.

Sleepner dice molto del tuo approccio fai-da-te. Come hai sviluppato questa attitude?
Verissimo, adoro l’approccio DIY. Nessuno ti dice cosa fare o come farlo, godi di libertà assoluta. Sono stato ispirato da altre riviste e zine: Eat it up asshole, Life Sucks Die e Desperados, curata da alcuni ragazzi di Vancouver, oltre a Full Spectrum di Hesk e Mentos. Ci scambiavamo foto e zine molto prima che Instagram fosse anche solo un’idea, era una parte fondamentale della scena graffiti.

Le tue fanzine sono piene di riferimenti allo skate e al surf. Come sei entrato in due sottoculture che erano così di nicchia?
Mio padre è stato uno dei primi a portare le tavole da windsurf in Norvegia, negli anni ’60 e ’70. Quando sono nato, ha comprato a me e mio fratello due skateboard – immagina questi bimbetti minuscoli con due skate giganti sotto braccio, eravamo super buffi. Ci divertivamo un sacco a fare belly-boarding e da lì sono sempre rimasto legato allo skate, che poi mi ha fatto avvicinare al writing e al rap.

È bellissimo vedere che i tuoi amici sono una presenza fissa nel tuo lavoro, dalle pubblicazioni ai pezzi sui muri. Si vede che siete una specie di famiglia allargata.
Gli amici sono la famiglia che ti scegli, sono tutta la mia vita e me li tengo stretti. Ho imparato così tanto da loro e dalle crew che rappresento: quello che rende speciale un luogo sono le persone che incontri lungo la strada.
Cerco di restare fedele al giovane Remio, allo skater e al writer di qualche anno fa: rispondo e rispetto chi mi contatta sui social, e in generale mi piace trasmettere la mia knowledge alle nuove generazioni. A essere sinceri, non mi sento molto diverso da 20 anni fa: mi lascio ancora sorprendere dallo skate, e mi piace ancora fare bombing.

Dalla Scandinavia agli Stati Uniti, passando per Australia e Giappone. Adesso ancora in Europa, stavolta in una città molto attiva a livello di writing e arte contemporanea: Parigi. C’è un paese, una città o un posto particolare dove ti senti più stimolato?
Per fortuna mi trovo bene ovunque, ma ho un debole per le città a misura d’uomo, dove puoi girare solo a piedi. Con Parigi ho un rapporto speciale, anche se è una città così grande che ti fa sempre un po’ sentire un estraneo. È divertente dipingere nei suoi quartieri, ogni giorno scopri dettagli nuovi.

Com’è stato collaborare con Classic?
Domanda interessante. Ho conosciuto Classic circa otto anni fa e l’ho ospitato a casa mia, in California, per un po’. Da allora siamo rimasti in contatto: ogni volta che venivo a Parigi gli portavo delle fanzine da vendere nella sua libreria. Finalmente siamo riusciti a fare la nostra prima collaborazione qualche mese fa, a questa grande fiera di skate e surf che c’è stata a Parigi. Ha curato lui la pubblicazione, quindi ha un sapore diverso rispetto alle mie altre fanzine, ma sono contento del risultato. La sfida è stata usare solo riferimenti allo skate e al surf: ho parlato dei miei amici, dei miei spot preferiti e dei dettagli che rendono queste discipline così stimolanti.

Negli anni ti sei costruito uno stile molto riconoscibile e influente. Cosa significa per te getting up?
Significa fare le tue cose quando senti il ​​bisogno di esprimerti, dimostrare alle persone che sei vivo. È qualcosa a cui puoi sempre tornare, è sempre lì. Lo vedo come una sorta di meditazione, mi schiarisce le idee e mi aiuta a godermi il momento. È libertà spirituale e mentale insieme.

Come sei arrivato a un throw up così riconoscibile e versatile?
Quando Kaput e io eravamo coinquilini, sketchavamo di continuo per costruirci uno stile nostro, qualcosa di riconoscibile ma semplice.
Non volevamo entrare nelle boutique, quello è successo più avanti, quando alcuni amici della moda mi hanno chiesto di collaborare. Solo allora ho capito che il mio stile funzionava bene anche lì dentro.

Il tuo throw up è il punto di arrivo di tanti tentativi diversi o arriva da un processo di ricerca più consapevole?
Diciamo che si è costruito nel tempo, con naturalezza. Di base, ho sempre cercato di mantenere una forma triangolare per la mia R, mentre i personaggi si sono alternati in modo organico. Non penso a cosa sto tracciando, lascio che il disegno fluisca e cerco di non pensare, è un momento molto introspettivo.
A parte Bart Simpson o le Tartarughe Ninja, i personaggi che disegno sono completamente improvvisati. Quando qualcosa mi colpisce visivamente, la mia mente la cattura e poi salta fuori in modo naturale, sviluppandosi in modo organico. A volte mi fisso su una linea o su una forma specifica, e da lì parto a sviluppare l’idea; altre volte voglio evocare uno stato d’animo specifico.

Quali sono le caratteristiche fondamentali della tua pittura?
Equilibrio e semplicità hanno sempre un ruolo importante nei miei disegni; preferisco mantenere le opere essenziali invece di riempirle di informazioni inutili. Questa storia della semplicità, di tirare fuori il nome il più possibile, arriva dai graffiti e fa parte del mio DNA da sempre. Nessuna ironia, nessuna complicazione: dipingere in strada mi dà l’energia di cui mi nutro nella mia quotidianità.
Ho sempre cercato di utilizzare uno stile leggibile. Dietro c’era la voglia che tutti, anche le persone esterne al mondo dei graffiti, fossero in grado di leggere ciò che stavo scrivendo, anche prima che iniziassi a lavorare sulla mia R. E ha funzionato: mi è capitato più volte di sentire gente per strada o sui mezzi che parlava dei miei graffiti e si chiedeva cosa fosse un “Remio”.

Una delle tue attività collaterali è produrre opere d’arte per mostre. Come ci sei entrato?
Da piccolo mia madre mi incoraggiava a fare fotografie, disegnare, dipingere. Quando mi ha sorpreso a sgattaiolare fuori casa per fare graffiti, mi ha fatto mettere per iscritto che non avrei usato la sua auto per andare a scrivere. Era chiaramente arrabbiata per i danni che stavo facendo, ma mi ha spinto a continuare, comprando la carta per sketchare e una maschera per non farmi intossicare. Il suo appoggio è stato molto importante in quelle prime fasi.
Più tardi ho incontrato Barry McGee e Os Gemeos, anche loro mi hanno spinto a dipingere e fare arte – sono stato fortunato ad avere sostenitori del genere. Era il 2004 o giù di lì, Barry mi ha contattato quando è andato a Vancouver e ha visto le mie cose in giro. Quando ho dovuto abbandonare la città per via di un’indagine della polizia, gli ho scritto per chiedergli una mano. Allora mi ha assunto come assistente: mi ha aiutato a rimettermi in piedi negli Stati Uniti, e ha avuto una grande influenza su di me. Anche se abbiamo passato poco tempo insieme, ho imparato molto da lui.
Non mi ricordo esattamente come ho incontrato Os Gemeos, ma è stato a Los Angeles durante una delle loro mostre, verso il 2011. Stavo girovagando per la galleria mentre facevano delle installazioni e alla fine mi hanno tirato in mezzo; sono stati davvero gentili e mi hanno subito spinto a “fare arte, fare arte!” a tutti i costi. Poi mi hanno invitato in Brasile per partecipare a uno dei loro wholetrain con Reas, Vino e il resto della VLOK. È stato un viaggio formativo, di grande ispirazione.

Qual è il tuo rapporto con il mondo dell’arte?
Domanda difficile questa. Diciamo che faccio arte perché sento il bisogno di esprimermi, è una necessità compulsiva. Detto questo, pittura e writing sono più o meno la stessa cosa per me, non vedo grandi differenze. Le definizioni mi interessano poco, ma stare lontano dalla pittura mi fa sentire come se stessi perdendo tempo perché creare è parte integrante del mio modo di vivere. Poi possono chiamarlo come vogliono: intervento pubblico, arte, vandalismo, la cosiddetta pittura di strada. Ecco, i graffiti sono pittura di strada e quindi vandalismo, pochi dubbi.

Collabori con brand di abbigliamento, hai t-shirt e accessori tuoi. Che rapporto hai con il mondo della moda?
Ho iniziato qualche anno con le magliette, spinto dagli amici e dalla famiglia. È solo un altro modo per fare getting up: è divertente vedere la mia arte indossata da persone che camminano per strada, esposta nelle boutique o su uno skater che sta chiudendo un trick. Voglio continuare a evolvere, buttarmi in progetti nuovi, provare e riprovare: è questa la parte divertente.

Spectrum R.A.D.
Letteralmente Resident Artist Decoder, cioè un progetto con cui vogliamo dare voce alla creatività in ogni forma, e alimentare il discorso pubblico su alcuni temi d’attualità. Lo facciamo coinvolgendo persone che promuovono i nostri stessi valori: inclusività, multiculturalità, rispetto dell’altro.

Più nel dettaglio, ogni due mesi Spectrum dialoga su questi temi con un creativo internazionale, che realizza un artwork custom e una shopper dedicata, distribuita esclusivamente in store.

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