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Appear Offline: when graffiti meet typography

Grazie a un’identità artistica che fonde un passato da graffiti writer con una profonda conoscenza dei meccanismi tipografici, il creative dietro Appear Offline si diverte a sperimentare nuovi codici comunicativi per ridefinire l’equilibrio tra forma e contenuto. Trovi l’intervista completa nella sezione Styleguide del nostro sito, e un breve estratto qui sotto.

Come ti definiresti: graffiti writer, graphic designer, o nessuno dei due?
Mi definirei un designer appassionato di lettering e che ama sperimentare. A volte mi spingo più verso la parte graffiti, altre volte verso l’illustrazione o la tipografia, ma alla fine le lettere sono pur sempre lettere.
Sicuramente il mio background da writer emerge più chiaramente in alcuni artwork che in altri, ma l’idea dietro Appear Offline era quella di andare un po’ oltre i semplici graffiti. Non sapevo bene come spiegare questa cosa, anche perché non sapevo che strada avrebbe preso il progetto, così me ne sono uscito con la frase “Letter distortion and other services”, che fa la sua figura. Tutti capiscono più o meno qual è l’idea che c’è dietro, e poi interpretano il resto un po’ come gli pare.

Quando hai scoperto i graffiti? E perché hai iniziato a dipingere?
Da piccolo i miei genitori mi lasciavo scrivere su qualsiasi cosa; muri, libri, giocattoli. Gli ospiti erano allibiti dalla libertà che mi concedevano, e quanto fossero tranquilli ad avere tutta la casa scarabocchiata.
Crescendo ho iniziato a uscire di più, così ho semplicemente trasportato quello che ero abituato a fare a casa nel mondo esterno, su superfici diverse. Ho iniziato verso il 2005, ma scarabocchiare sulle cose è sempre stato il mio modo per esprimermi. Per questo il link con il graffiti writing è stato immediato.

Visto che sei a cavallo tra più mondi, cosa rende unici i graffiti rispetto alle altre forme creative?
Insita nella natura dei graffiti c’è una vena illegale, di trasgressione e rottura delle regole. E poi è libertà allo stato puro, per questo è molto più intima e sentita delle discipline artistiche tradizionali. I writer sono perlopiù degli autodidatti, gente che si è formata da sola investendo un sacco di effort, tempo e soldi per fare una cosa che pretende molto di più di quello che poi restituisce. E se comunque, nonostante tutto, nessuno di noi scambierebbe questa culture condivisa per qualsiasi altra cosa al mondo, beh allora deve esserci davvero qualcosa di speciale.

Sei un designer con un passato da writer, quindi anche tu riempivi muri e cartelli con le tue tag, un po’ per migliorare il tuo handstyle e un po’ per il gusto di lasciare il segno. Oggi che ti occupi di lavori tipografici e design hai un mindset diverso?
Le tag sono la mia parte preferita del graffiti writing, non esiste una forma espressiva in grado di pareggiare l’eleganza di una tag fatta come si deve. È uno statement troppo forte, un messaggio semplice ma eterno che autentica la tua esistenza e il tuo passaggio.
Detto questo, forse più che aiutarmi a sviluppare una mentalità, taggare mi ha insegnato che flow, equilibrio e carattere sono gli indicatori chiave per giudicare qualsiasi lavoro tipografico, di lettering o design.

Dove pensi che emerga di più il tuo imprint da graffiti writer?
Oltre al lettering vero e proprio, come i throw-up e le tag di alcuni miei artwork, credo che la mia formazione da writer salti fuori soprattutto nelle texture, nel movimento e nella roughness della mia espressione. All’inizio avevo un’estetica molto graffiti-oriented, ma ultimamente sto provando a spostarsi dal classico graffiti lettering senza perdere quel flow, quell’energia e quella libertà che lo contraddistingue. Non posso negare che i graffiti siano ancora un parte enorme delle mie ispirazioni, ma voglio che il mio output artistico sia il più sfaccettato possibile.

Quando usi il lettering in un impianto grafico o nelle animazioni, stai usando i graffiti per aggiungere un po’ di movimento, oppure dobbiamo pensare ai tuoi artwork come a una sorta di esperimento graffiti-focused? Dove pende la bilancia?
Rispondo con una provocazione: ha senso distinguere il lettering dei graffiti da quello, per esempio, dei cartoni animati? Ha senso fare distinzioni tra una tag e una semplice firma, anche elaborata o bella da vedere, ma fatta da qualcuno che non ha mai avuto niente a che fare con i graffiti?
Alla fine, a me interessa testare i confini del lettering ed esprimere quello che mi frulla in testa attraverso lo stile tipografico più adatto. A volte prende una forma molto vicina ai graffiti, altre volte alla tipografia, altre volte ancora magari è impossibile risalire alla inspo originale dietro il progetto, anche se le persone hanno questo brutto vizio di dover per forza categorizzare tutto quello che vedono. Secondo me quello che faccio è più vicino alla tipografia che ai graffiti, ma lascio che sia il pubblico a definirlo.

Non è sempre facile risalire alle reference dei tuoi artwork perché le sperimentazioni ti portano spesso in territori inesplorati. Quali sono le realtà che ti stimolano di più?
Mi affascinano tutti quei visual che giocano sul confine sottile tra weird e raffinato. Prodotti visivi che magari non hanno senso da soli, anche un po’ random, ma che messi nel giusto contesto assumono tutto un altro significato, perché iniziano a essere percepiti come intenzionali. Un po’ come quando spacci un errore per qualcosa di voluto, e questo errore viene accolto senza problemi dell’audience, che sicuramente gli troverà un significato nascosto per giustificare il suo feedback.
Comunque, anche se cerco di non essere ripetitivo, alla fine opero all’interno di un perimetro visuale che mi sono autocostruito. Un’area delimitata dalle opere di artisti come Horfee e Gasius, da studi creativi come Actual Source e da brand come Carhartt WIP. Anche se operano in ambiti diversi, li ammiro perché hanno sempre avuto un’estetica coerente.

Lasciando stare per un attimo il lato estetico, come scegli le frasi e le parole dei tuoi artwork? Dobbiamo stare attenti a quello che c’è scritto, oppure le parole sono solo il pretesto per i tuoi esperimenti grafici?
Come dicevo prima, mi intriga l’idea di mescolare elementi famigliari con altri più incomprensibili. Sui testi in realtà vado un po’ random, mi lascio influenzare da qualsiasi input, e le parole vanno e vengono liberamente. A volte possono essere frasi semplici all’interno di un pattern grafico molto elaborato, altre volte il contrario. Di base si tratta di settare il mood del lavoro, poi penso a come testo e grafica possono lavorare bene assieme per amplificare il messaggio che voglio comunicare.

Hai uno strumento preferito o ti piace switchare dal digitale, alle stampe, ai pennelli e via dicendo?
Di base il mio è un lavoro digitale, ma spesso inizio con un disegno a mano libera. Quindi non ho uno strumento preferito: mi piace essere libero di passare dalla tavoletta grafica al lavoro su carta o su muro. Soprattutto, mi piace fermarmi a riflettere sul processo; ho un debole per i pezzi analogici, che considero una sorta di banca dati per documentare come si è evoluto un determinato progetto, e cosa hai imparato strada facendo.

Il tuo processo creativo è un fine lavoro di studio e ricerca d’archivio, o piuttosto una scintilla naturale che sviluppi ed espandi in base all’idea di partenza?
Direi decisamente la seconda. Prendo spunto qualsiasi fenomeno, anche il più piccolo e accidentale come un errore di stampa accidentali, oggetti che cadono o schizzi di vernice; funzionano come una scarica di energia che attiva il mio processo creativo. Se vogliamo riconoscere un pattern generale, mi toccano più fenomeni frenetici e imperfetti rispetto alle classiche opere curate e raffinate, quasi manieristiche.

Collabori spesso con brand, magazine, agenzie creative. Come fai a mantenere un’identità solida e riconoscibile quando lavori con realtà così diverse?
Appear Offline è un side project ovviamente, ma anche il mio lavoro principale riguarda design e art direction. Tutto quel lavoro di visual research che sta alla base di Appear Offline è parte della mia routine naturale, e naturalmente i due lavori finiscono per “parlare” un po’ anche tra di loro. Questo per dire che non mi preoccupo particolarmente, faccio le mie cose e poi accolgo i feedback; quando sono positivi mi danno uno stimolo in più, ma in generale non ci faccio molto caso.

Ti occupi di copertine di riviste, nastri adesivi, animazioni digitali, stampe su tessuto, manifesti, impaginati. Quanto credi che sia importante essere una figura all-around nel panorama creativo di oggi?
Sicuramente tanto, ma credo che la risposta sia meno scontata del previsto, cambia molto da persona a persona. Per esempio, a me piace lavorare da solo per sviluppare le idee che preferisco nei momenti che preferisco: tirare fuori uno step del processo piuttosto che un altro, scegliere quale direzione prendere. Certo, avere uno skillset vario aiuta a fronteggiare gli imprevisti, ma conta soprattutto avere le idee chiare.

Puoi essere considerato allo stesso tempo un innovatore e un tradizionalista. In un mondo sempre più digital, quale credi che sia il giusto equilibrio tra virtuale e fisico?
Credo che dovremmo fare tutti un paio di passi indietro e ritornare a essere più coinvolti a livello fisico. Per vedere cosa ti sta succedendo attorno, toccare con mano, trovare ispirazioni e idee in un contesto reale, tangibile – è questa la cosa che mi manca di più dei miei giorni da writer. Ormai l’attività di consumo è tutta spostata online, ma così i contenuti perdono forza quando vengono arrivano nel mondo reale.
Lasciare un segno concreto nel mondo è la regola che sta alla base della cultura a cui appartengo, quindi spesso penso: che valore hanno i miei artwork se esistono solo online? Così ho scelto di cambiare le proporzione tra progetti digitali e fisici, ma è una cosa che richiede tempo.

Quale fase del tuo processo creativo stai vivendo? Qualche progetto all’orizzonte?
In questo periodo sono concentrato su come ottimizzare la mia energia creativa e su come sfruttare ogni secondo del mio tempo in modo sano e sostenibile. Appear Offline serve proprio a questo, a soddisfare la mia fame creativa con progetti visuali sperimentali, con un accento sul processo che ci sta dietro. Continuerò a sviluppare questa visione e vedremo cosa diventerà domani.

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