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Archive the past to design the future

Jeremy Karl sta progettando un’avanguardia estetica nella massima trasparenza. Il designer stealth dietro ad alcuni dei progetti più chiacchierati degli ultimi anni – dalle collaborazioni tra Nike e NOCTA alla sub-label di Arc’teryx, System_A – cura Techspec, una moodboard digitale che mette insieme functional-wear sperimentale e sportswear super-tecnico con equipaggiamento militare e tecnologia indossabile. Ma la causa a cui si dedica con maggiore interesse è lo sviluppo di strumenti open-source e community-owned per i designer. Abbiamo discusso con lui i principi guida del suo lavoro e il complesso equilibrio tra ricerca e approcci futuribili nello sviluppo di un’estetica che guardi avanti.

Quali sono le fonti d’ispirazione di Techspec?
Il concept è stato introdotto da JJJJound (ndr: dove Jeremy ha mosso i suoi primi passi), che ha fatto Tumblr prima di Tumblr. Era un compito che ci dava per aiutarci a trovare la nostra identità. All’epoca tutti indossavano raw denim e mocassini, è stata una reazione all’eccesso di heritage. L’obiettivo era superare quei canoni estetici, promuovendo lo sportswear come nuova fonte d’ispirazione e rendendolo interessante a vari livelli, dai colori ai materiali. Mischiavamo visvim con il nylon balistico e le sneakers limited, tutto all’interno di una cornice sportivo-militare, e cercavamo di spingere questo nuovo flow. Nuovo perché lo sportswear ultra-tecnico non era un genere a cui si guardava troppo. A parte iDiom, Acronym e Veilance, non c’era praticamente nulla; così abbiamo deciso di approfondire ulteriormente la ricerca.

Puoi parlarci del tuo processo di ricerca e dei tuoi obiettivi come designer?
Tutto ciò che vuole essere rilevante deve avere uno scopo, essere intelligente, universale e senza confini. Deve anche essere esteticamente gradevole. Elementi come l’over-pocketing e l’iper-funzionalismo sono interessanti a livello visivo, quasi come costumi o cosplay. Ma bisogna tenere conto dell’utilizzo quotidiano. Devo poter uscire dal taxi senza fermarmi a cercare il telefono tra 100 tasche. Mi interessa il perfetto equilibrio. Come fai a modificare uno shape, o usare materiali che non sono mai stati usati, su un capo da indossare ogni giorno? Come puoi approcciare il concept di un baselayer che sia una seconda pelle? A L.A. e in paesi come Hong Kong c’è sempre il sole, come ti proteggi senza dover indossare una sun-sleeve? Questo tipo di ricerca è la base del mio principio guida, in particolar modo quando pubblico su Techspec. Cerco di estremizzare idee e immagini, sfumando i confini tra un romanzo di William Gibson e la realtà.
I prodotti che disegno devono poter essere indossati ogni giorno. Non sono contro la moda, anzi la apprezzo come forma d’arte, ma sono dell’idea che performance e abbigliamento debbano coincidere. Ci sarà sempre una giornata di pioggia, chi ha bisogno di un ombrello quando può avere una giacca che lo tiene asciutto, e volendo anche caldo? Penso che questi fattori non vengano presi abbastanza in considerazione. Le persone si concentrano troppo sull’estetica, e cercano di somigliare ai personaggi di un romanzo cyberpunk, o troppo sul prezzo, e indossano materiali poco traspiranti e scomodi. Un prodotto deve essere accessibile, versatile e genderless — a parte alcuni pezzi per parti specifiche del corpo. Non ha molto senso lavorare duramente su qualcosa che nessuno può indossare, a quel punto è come se non esistesse. Se devo lavorare a qualcosa che non può essere indossato, tanto vale che sia veramente impossibile, Magari un oggetto che esiste solo in uno spazio digitale.

Quali sono le tue influenze non legate al design?
William Gibson, sicuramente. Il primo libro di Gibson che ho comprato è Pattern Recognition, consigliatomi da uno dei miei mentori e migliori amici, Vincent Tsang. È il founder di Dime, ma lavorava con me su Techspec e mi ha introdotto a Veilance e LEAF. Ho letto Pattern Recognition, poi la Bridge Trilogy e la trilogia di Neuromante. Ora sto leggendo The Peripheral.
Penso che Gibson sia estremamente visivo nel raccontare una storia. Dal punto di vista del soggetto è sci-fi, ma scrittura e sensazioni sono estremamente realistiche; anche quando inventa nuovi termini, ti sembra di poterli immaginare. Le rappresentazioni visive di Neuromante sono sempre un mix di sci-fi e fantasy, secondo me invece sarebbe molto più vicino alla nostra linea temporale. Amo la sua scrittura: in The Peripheral c’è una tuta, si chiama squid-suit, che ha una sorta di camouflage riflettente.

Come il thermo-optic camouflage di Ghost In The Shell?
Esatto. Il thermo-optic camouflage di Ghost In The Shell è incredibile: il nome, l’aspetto, il fatto che sia invisibile. Nell’anime originale per nascondere anche la faccia era necessario indossare il velo — geniale. Ghost in The Shell è probabilmente la mia influenza più importante dopo William Gibson e insieme a Evangelion.

Come gestisci l’equilibrio tra ricerca e sperimentazione?
Penso che il punto sia gestire il confine tra concept e prodotto finale. Quando vedo un prodotto, se capisco una reference al volo mi sembra troppo facile, non aggiunge niente di nuovo. Aspiro sempre al raggiungimento di un’idea. Un capo deve essere riconoscibile nella sostanza, quindi uso reference e riprendo dettagli, costruzioni o materiali del passato, che magari sono stati dimenticati. Mi piacciono le reference, ma non voglio mai creare qualcosa che già esiste. Prendi la scarpa di Nike (ed: NOCTA x Nike Hot Step Air Terra): non c’era nulla del genere, una sneaker sportiva così versatile che puoi indossarla tutti i giorni, una Air Force 1 che incontra una Tn.

Cosa pensi della recente ossessione per sportswear e functional-wear dei primi 2000, portata avanti dalle pagine d’archivio?
Ci rende tutti un po’ pigri, e non ci mettiamo più alla prova. La gente è soddisfatta perché crea questi account d’archivio con contenuti che già esistono. Sicuramente ci sono delle ottime curatele, ma la pratica curatoriale è destinata a essere quasi completamente automatizzata. Puoi anche avere un archivio pazzesco, ma prima o poi devi provare a fare qualcosa di nuovo, anche se è solo un concept o DIY. Dovremmo spingere in questa direzione. Onestamente penso ci sia una mancanza di bravi designer e brand che provano a creare nuovi paradigmi estetici; questa situazione frustra i bisogni espressivi delle nuove generazioni e degli individui product-driven.
Non c’è niente di rilevante che sia uscito da un gigante dello sportswear negli ultimi 10 anni. Negli anni 90’ e 2000’ erano avanti in tutto, dall’eyewear al footwear. L’ultimo decennio è stato immobile. Le persone hanno fame, e fanno ricerca; sanno cosa si può fare. La cultura evolverà, certo: certi brand si stanno adattando. Ma altre mega corporation sono già perse. È stato veramente entusiasmante vedere Taka (ndr: Taka Kasuga, direttore creativo di Arc’teryx special projects e Veilance) formare il team di System_A e osservare la reazione di Arc’teryx. Penso che indirettamente sia una risposta alla situazione attuale. I ragazzi giovani devono lanciare brand sportswear senza aver paura di andare contro i giganti, perché in realtà sono più vicini al cuore della faccenda. Non abbiamo paura.

Come vedi il futuro del design?
Ciò in cui spero e per cui sto lavorando è il superamento dei limiti nel design, nei materiali e nell’accessibilità, così che anche i brand più piccoli siano in grado di realizzare capi interessanti senza prezzi esagerati. Bisogna avere più fiducia in sé stessi e scavare più a fondo. C’è un sacco di rumore che proviene dai grossi brand, ma non ascoltano la community. Secondo me il prossimo decennio sarà il periodo più interessante per i designer.

Credi che l’autonomia creativa e la totale digitalizzazione della ricerca possano influenzare l’eterogeneità del processo creativo?
Sono dell’idea che tutto dovrebbe essere accessibile. Gli archivi dovrebbero essere completamente digitalizzati, e tutti dovrebbero averne accesso per capire meglio le reference, è così che vengono fuori il vero talento e le idee migliori. Non si tratta semplicemente di fare una retro, la maggior parte dei brand lo fa. Anche io apprezzo una bella retro, ma i brand non capiscono che stanno fallendo nella realizzazione di una versione contemporanea, e che il prodotto di 10 anni fa è ancora il più rilevante.
Chi gestisce gli account d’archivio alla fine è un ricercatore, e deve essere in grado di contribuire ad archivi on-chain di molteplici brand, tutti decentralizzati e indipendenti dalla piattaforma. Abbiamo cambiato piattaforma 3 volte: siamo passati dai forum, a Tumblr, a Instagram, e oggi Facebook possiede tutto quello che c’è su Instagram. Account che avevano una lunga storia e immense librerie sui forum hanno perso tutto, e hanno dovuto ricominciare da capo. Poi sono nati nuovi account, ma sono gli archivi che dovrebbero essere accessibili. Ho passato un sacco di tempo a cercare brevetti tecnologici di brand sportswear, e ci sono molte idee di design davvero valide che non erano implementabili all’epoca in cui sono state concepite, o non lo sono tutt’ora. In un modo o nell’altro ci sarà la digitalizzazione di tutti gli elementi necessari per disegnare un capo. Con il contributo della community sarebbe sicuramente uno strumento più utile. In un mondo nuovo con più strumenti accessibili, i giovani designer potrebbero concentrarsi sulla loro visione, senza fare sacrifici e senza aver bisogno di un budget enorme per acquistare il computer più potente e i software migliori.

A cosa stai lavorando ora?
Sto lavorando con Lowa, un brand tedesco di hiking che ha più di 100 anni. È come un fratello maggiore di Salomon, però made in Germany. Uno dei modelli originali, che si chiama Zephyr, ha delle caratteristiche super interessanti. Per la S/S 23 usciranno un sacco di nuovi modelli estremamente avanzati. Mi stanno permettendo di fare cose stimolanti, anche se non lo sanno. Una delle outsole principali, ispirata a Evangelion, è disegnata seguendo un nuovo modo di pensare a come una outsole può avvolgere il piede; è uno dei progetti per cui sono più carico. ROA sta facendo ottime cose, ma non soddisfa la mia fame, invece Lowa mi permette di essere più aggressivo dal punto di vista del design. A ogni modo, il progetto più importante a cui sto lavorando è la realizzazione di strumenti open-source per l’industria del fashion design (ed: https://hibiscus.tech). È un processo fondamentale per la ridistribuzione dei profitti e per migliorare la qualità del lavoro. I designer di pattern e gli sviluppatori sono cruciali nel nostro lavoro, se avessero una fetta della ridistribuzione dei profitti potrebbero concentrarsi sui lavori migliori. Se non devi lavorare per vivere, puoi vivere per lavorare, per creare ed esplorare.

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