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SPECTRUM R.A.D. with Gomzé

L’immaginario gore dell’illustratore parigino Quentin Gomzé è profondamente influenzato da manga, anime, heavy metal e estetica digitale retro.

Le sue illustrazioni cyber-distopiche fondono componenti organiche e meccaniche in un universo colorato, iper-dettagliato e oscuro, che di recente ha attirato l’attenzione di grandi nomi dello streetwear.

Come hai iniziato a disegnare?
Frequentavo una pessima scuola cattolica, ho perso subito interesse negli studi e ho iniziato in modo spontaneo a fare scarabocchi per ammazzare il tempo. Devo dare credito al preside per aver detto a mia madre che non avrei potuto fare altro se non disegnare, così lei mi ha iscritto ad una scuola d’arte. Ho iniziato a studiare un po’ di graphic design e animazione 2D. Sono passato da una scuola all’altra, senza mai finirne una, però ho imparato a disegnare a livello accademico.

Nei tuoi artwork ci sono riferimenti espliciti al Giappone, sei appassionato di manga e/o anime?
Sì, ho letto un sacco di manga quando ero più piccolo. Sono stato introdotto da Dragon Ball, poi ho scoperto roba come Berserk, Shamo, e Gantz. Ricordo anche che guardavo di nascosto Hellsing in TV, mi sembrava una bomba. Ora mi piacciono i manga horror, tipo quelli di Hideshi Hino o Junji Ito. Di recente ho letto Dragon Head di Minetaro Mochizuki e l’ho apprezzato. Ovviamente ho avuto una lunga fase Gundam e robot giapponesi. Mi interessava il design piuttosto che la storia. Onestamente non sono mai stato un fan sotto quel punto di vista, ma ho disegnato una quantità senza senso di robot. Nel mio lavoro hanno giocato un ruolo importante, sono state le prime illustrazioni che mi hanno fatto conoscere in giro. Ora sono un po’ stufo, sono diventato il “Gundam Guy” e tutti da me vogliono solo mecha, quindi ho deciso di esplorare nuovi soggetti.

Ci sono manga/anime che hanno aiutato a definire la tua estetica?
Sono rimasto colpito guardando Genocyber, non ricordo nulla della storia ma l’estetica era notevole. È un anime super gore con un exosuit esagerato. Mi hanno particolarmente influenzato anche i lavori di Keita Amemiya e Yasushi Nirasawa, character designers delle serie TV Super Sentai e Kamen Rider. Sono tra i miei preferiti in assoluto.

Dai suoi lavori traspare una sottile tensione tra analogico e digitale, reference old school e fascino verso l’innovazione, esplicitata nel dualismo tra la pratica di disegnare e colorare rigorosamente a mano e la necessità di interfacciarsi con un panorama grafico completamente digitalizzato.

 

Hai anche ispirazioni di natura musicale?
Sì, sempre per via della scuola cattolica ho iniziato ad ascoltare un sacco di metal, che ha contribuito a dare forma alla mia estetica. Certi artwork di copertina degli Iron Maiden mi hanno particolarmente colpito quando ero più giovane. Con il tempo ho scoperto i free party e la hardcore techno, che per certi versi sono stati fonte d’ispirazione. È stata di grande ispirazione anche la scena hip-hop di Memphis fine ‘90 primi 2000.

Che tipo di musica ascolti mentre disegni?
Hardcore techno e simili. In coppia con un po’ di caffeina mi aiutano a essere produttivo, fino a quando il mio cervello regge. Ascolto anche certi rapper di Memphis, come ho detto. È da un po’ che sono in questo trip, mi rilassa mentalmente. Roba come Three Six Mafia, sicuramente, Shawty Pimp, Lil Yo, Blackout, Juicy J, Lil Gin, DJ Zirk e molti altri. Ascolto spesso house super-funky e UK garage, che sono all’esatto opposto rispetto alla hardcore techno. Sono un fan di Todd Edwards e Masters at Work, tra gli altri. È musica ideale per lavorare.

A cosa stai lavorando ora?
Ho avuto un’idea un po’ pazza circa un mese fa, e ce la sto mettendo tutta per realizzarla. Senza ombra di dubbio è il mio progetto più ambizioso. Preferisco mantenere il segreto, in linea di massima sarà collegato ad una fanzine a cui sto lavorando. Una sorta di bestiario con veicoli diversi, dalle automobili fino agli aerei.

Hai nel tuo curriculum qualche incursione nel mondo dell’abbigliamento. Qual è il tuo rapporto con la moda?
Non sono una persona troppo attenta alla moda, e onestamente ne so veramente poco. Mi piacciono le t-shirt delle band metal e ho 3 paia delle stesse Nike Air Max 95. Sono tipo un personaggio dei cartoni con lo stesso outfit ogni giorno. La mia relazione lavorativa con l’industria dell’abbigliamento è più complicata, direi. Secondo la mia opinione è un ambiente che in molti casi manca di umanità, ed è il tipo di lavoro meno gratificante che mi capiti di fare. Più sono famosi, meno ti creditano. Lavorare con Supreme è stato figo però, sono stati super rispettosi. Sfortunatamente non ho avuto troppa visibilità grazie a loro.

Parlando di espressione creativa e messaggi, pensi di avere un approccio più ragionato o istintivo?
Ho un approccio molto spontaneo, con pochi messaggi. È difficile per me parlare del mio lavoro e delle intenzioni che ci sono dietro. Per essere onesto, non ci penso troppo. Molte persone credono che gli artisti debbano trasmettere certi valori o messaggi attraverso la loro arte. Io sarei un artista? Forse sono più un character designer. Non saprei. Ad ogni modo, penso sia giusto seguire il flow. Meno analizzo il mio lavoro, meglio è.

Il luogo in cui vivi ti influenza dal punto di vista artistico?
Direi di sì. Non necessariamente Parigi, quanto l’essere cresciuto in una città grande, grigia e sporca. Penso che se fossi cresciuto in una cittadina assolata con una spiaggia vicino casa e cose del genere, sarei stato diverso. Amo Parigi, comunque. Sicuramente mi ha influenzato in qualche modo.

Qual è il prossimo step per Gomzé?
Vorrei fare una mostra. Oltre a quello, continuare con ciò che sto facendo ed esplorare cose nuove.

C’è un medium in particolare che vorresti esplorare in futuro?
Il piano per il prossimo anno è uscire dalla mia comfort zone e iniziare a dipingere e scolpire. Potrebbe esserci un link con la pazza idea di cui parlavo prima. Vorrei anche realizzare un toy nei prossimi anni—stile Sofubi, per chi è familiare. Ho iniziato a sviluppare dei concept 3D su Blender, e sono in contatto con alcuni produttori giapponesi. Vedremo come va a finire!

Con il progetto R.A.D. (letteralmente, Resident Artist Decoder), SPECTRUM coinvolge creativi internazionali in un dialogo legato a diversi percorsi artistici, forme espressive e sottoculture.
Ogni artista completa l’iniziativa creando un’opera d’arte dedicata, che viene poi stampata su una shopper in edizione limitata distribuita esclusivamente in negozio.

 

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