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راديو الحارة Soundscape Resistance

La stazione radio online con sede a Betlemme, nata nel 2020 durante il lockdown, sta trascendendo i confini militarizzati del territorio palestinese attraverso una rivoluzione sonora amplificata da una community globale.
La programmazione eterogenea di Radio Alhara è aperta a chiunque voglia unirsi alla causa, da DJ di fama mondiale a bedroom diggers.
SPECTRUM ha incontrato Elias Anastas, uno dei sei co-fondatori della radio, e gli ha chiesto di fare un bilancio su questi due anni di soundscape resistance.

Come è nata Radio Alhara?
Per certi versi c’è sempre stata, senza che noi lo sapessimo. A volte pensi a progetti che avrebbero senso e che vorresti realizzare, ma non hai mai l’opportunità giusta. Siamo tutti connessi, tra di noi e con la regione. Saeed e Mothana, i nostri grafici, gestiscono uno studio di design che si chiama Turbo, ad Amman. Yousef ed io siamo architetti, abbiamo uno studio di architettura qui a Betlemme e siamo quindi coinvolti anche noi nella sfera culturale. Yazan Khalili è un visual artist con sede ad Amsterdam e Ibrahim Owais è un sound designer che sta a Berlino. Abbiamo sempre lavorato insieme a una sorta di piattaforma comune. La radio è arrivata come un ulteriore connettore, che ci ha permesso di impegnarci a dovere in un nuovo progetto in cui stiamo mettendo tutti la stessa quantità di energia e dedizione. All’inizio pensavamo sarebbe durata un mese, ci saremmo divertiti e poi annoiati. Lentamente la voce si è sparsa e Radio Alhara ha continuato a crescere.

Uno dei punti fondamentali della radio è la sua accessibilità, sia per gli utenti che per i contributor. Puoi spiegare il principio dietro questa idea?
La radio si basa sul principio per cui gli ascoltatori di oggi sono i produttori di domani. È concepita come uno spazio pubblico, uno spazio di cui tutti possono appropriarsi. Ognuno è proprietario dello spazio pubblico, fino a un certo punto. Durante la pandemia, in un momento in cui lo spazio pubblico era chiuso e inaccessibile, abbiamo pensato che forse la radio, con il suo mondo virtuale, potesse sostituire lo spazio fisico. Oltre al lockdown e alle condizioni che ci hanno uniti durante la pandemia, nel nostro contesto – in Palestina, Giordania, Libano e in generale in Medio Oriente – lo spazio pubblico è sempre stato molto importante nella formazione delle città. A poco a poco, questo spazio ha iniziato a essere visto con un po’ di sospetto, perché è diventato il luogo in cui autorità e governi esercitano il loro potere. Così, uno dei nostri obiettivi con la radio è riqualificare lo spazio pubblico come luogo essenziale per unire le persone attraverso la produzione collettiva.

Qual è la vostra definizione di comunità?
La parola ‘Alhara’ in arabo significa quartiere. È strano pensare che, con la pandemia, il mondo sia diventato un quartiere, perché ogni individuo ha vissuto la stessa situazione. Si sono creati legami più forti tra gli esseri umani. Ci siamo ritrovati tutti a vivere sul pianeta, come se fosse un quartiere. La nostra comunità condivide gli stessi valori, quindi possiamo pensare collettivamente a qualcosa che vada a beneficio di tutti. Un progetto comunitario è fatto da un’intera comunità, e i risultati ottenuti portano un vantaggio per la collettività. Ognuno può avere la sua parte di questa grande torta. Ma per avere la torta, tutti devono mettere energia e contribuire in qualche modo a darle forma.

Come si fa a sensibilizzare, informare e intrattenere nel clima contemporaneo di apatia digitalizzata?
Quando abbiamo un’opinione che vorremmo esprimere, la radio è una voce potente in grado di creare connessioni contro forme di oppressione o ingiustizia potenzialmente trasversali tra diverse parti del mondo. Ci ha uniti perché non potevamo incontrarci. Abbiamo iniziato a riprodurre musica dalle nostre librerie e riempire il programma di contenuti. Da subito abbiamo gestito la radio basandoci sul principio della crescita organica. Ogni giorno c’è un programma, ma è tutto adattabile, alcuni show possono essere sostituiti. Questo tipo di flessibilità nella programmazione della radio le permette di cambiare improvvisamente il suo programma perché sta succedendo qualcosa in un’altra parte del mondo. Era marzo del 2020 quando abbiamo lanciato Radio Alhara. Dopo un paio di mesi, Israele ha deciso unilateralmente di annettere le terre intorno alla Cisgiordania, che sono insediamenti riconosciuti dal diritto internazionale. E sono stati sostenuti dagli Stati Uniti. Avendo il controllo su uno spazio sonoro abbiamo deciso di suonare la nostra musica, mentre si stava verificando questa forma assurda di oppressione. Quindi abbiamo usato il medium del suono per riunire le persone, come forma di protesta contro le ingiustizie in atto in Palestina. Ovviamente questo può valere per molte altre parti del mondo. Abbiamo invitato un certo numero di artisti per ‘Fil Mishmish’, un programma di protesta online che ha portato circa 17.000 persone ad ascoltare la radio durante i 3 giorni di lineup. È stato emozionante vedere interagire artisti di tutto il mondo, che riflettevano su ciò che stava accadendo in Palestina o nel loro paese, e creare trasversalità tra ingiustizie e oppressioni.

Ci sono modi, alcuni più evidenti di altri, in cui il contesto palestinese ha influenzato l’identità della radio come spazio di resistenza. Questa identità è cambiata con la dimensione globale?
La radio trasmette dalla Palestina, che è importante per noi perché i palestinesi sono isolati. Ad esempio, viaggiare fuori dalla Palestina è un processo complicato per noi. Non abbiamo il controllo sui nostri confini e sui nostri aeroporti. Il fatto di trasmettere dalla Palestina e raggiungere altre parti del mondo è liberatorio, perché ci permette di superare tutte queste complessità territoriali. Estende le braccia della nostra regione verso molti luoghi. Non puntiamo ad avere un pubblico internazionale. Nel senso, è bello avere persone che ascoltano la radio da ogni parte del mondo, ma il nostro scopo è creare momenti di solidarietà.

Avete avuto a che fare con la censura o con altre violazioni della libertà di espressione?
Non direi che abbiamo mai affrontato problemi di censura, forse anche per come gestiamo la programmazione radiofonica, trattandola come uno spazio pubblico, con zero censura da parte nostra. La radio è un luogo che permette alle persone di entrare, collegarsi e suonare. È aperta a chiunque, come uno spazio pubblico in cui puoi sederti, parlare, mangiare e bere. Fin dall’inizio, il format per contribuire era tramite un link Dropbox. Quindi dovevi semplicemente copiare e incollare il tuo link nel nostro Dropbox, e il file era lì per essere programmato.

Qual è il vostro rapporto con l’industria musicale? Siete mai stati approcciati?
Siamo stati contattati per far parte di un festival molto grande, per curare il nostro palco. All’inizio l’idea ci entusiasmava. Poi l’abbiamo abbandonata, perché sentivamo che i nostri valori non erano gli stessi. Essere in quel tipo di situazione può essere interessante, perché ti permette di spingere a un pubblico diverso le tue idee e valori, o di promuovere i tuoi amici. Ma è anche una forma di espressione artistica in cui non ci riconosciamo.

Quali sono i prossimi passi e le ambizioni future per lo spazio culturale che state plasmando?
Tutti e sei dedichiamo un certo numero di ore al giorno alla radio, che si tratti di programmare, organizzare la logistica, lavorare agli artwork o contattare nuove persone da coinvolgere. È una quantità significativa di lavoro che stiamo facendo tutti, per il semplice piacere di farlo. Ci teniamo a dire che la qualità più importante della radio è la sua quasi totale autonomia, che ci permette di avere una boccata d’aria fresca. Penso che l’indipendenza della radio sia fondamentale, perché ci dà la libertà di fare quello che vogliamo, quando vogliamo. La conseguenza è che non c’è nulla di veramente programmato: è un fenomeno organico. Non sappiamo cosa accadrà domani e non vogliamo pensare a ciò che la radio potrebbe o dovrebbe diventare, ci piace procedere giorno per giorno. Ad esempio, possiamo decidere di fare una serata e adattare il programma radiofonico per integrarla; oppure possiamo decidere che vogliamo fare il nostro piccolo festival in Italia, e farlo. Ora stiamo lavorando a una commissione per un museo in Germania, in cui stiamo progettando un device di broadcasting mobile che sarà in quel museo per un mese. La gente può collegarsi al device e caricare i suoni che vengono trasmessi direttamente dalla radio. Dopo un mese, il device si sposterà da qualche altra parte nel mondo: su un marciapiede, in un parco, in un ristorante. Dopo un certo numero di mesi, questo dispositivo tornerà in Palestina, e a quel punto avrà memorizzato un certo numero di componenti sonore che costituiranno anche un importante elemento d’archivio. In più stiamo pensando a progetti specifici che possano essere sviluppati parallelamente alla radio. Credo che la nostra unica ambizione per l’evoluzione della radio stia nella volontà di mantenerla il più possibile aperta e flessibile.

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Spostando il focus sul processo e sui player dietro a questi argomenti, Public Information System stabilisce un punto di contatto tra creative mind che condividono la volontà di esplicitare meccanismi impliciti e storie nascoste.

 

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